Le emozioni e la ricerca in medicina
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Le emozioni e la ricerca in medicina
Nelle patologie neurodegenerative, l’esigenza di intervenire in modo precoce è
evidenziata da molti ricercatori, la cui opinione è riportata in altra parte di
questo sito, per minimizzare il danno neuronale, oggi già notevole al momento
della diagnosi effettuata con gli strumenti finora disponibili.
A seguito di un
intenso studio iniziato nel 1998, il team di ricerca della Biophysics Research
ha messo a punto una metodica che permette di indagare in modo analitico e non
invasivo 14 aree cerebro-spinali, ricavando il pattern biochimico delle
principali sostanze caratteristiche (markers) espresse in modo libero, nonché di
verificare le carenze di molecole dovute ai più disparati motivi ed ultimo, ma
non meno importante punto, verificare in modo estemporaneo la potenziale
efficacia delle molecole terapeutiche proposte, prima della loro
somministrazione.
La notevole quantità di tests effettuati anche in cooperazione
con reparti clinici specializzati, su una varietà di pazienti con
neurodegenerazioni in atto (AD, VaD, PkD, DLBD, PD, ALS, MS, Schizofrenia, etc.)
nonché screening di massa su anziani in occasione dei Congressi Europei della
“The Ageing Society”, ha evidenziato la grande potenzialità della metodica, la
perfetta corrispondenza dei risultati dei tests con le evidenze cliniche e la
letteratura scientifica correlata, nonché la possibilità di perfezionare le
diagnosi, mettendo a disposizione dei clinici dati analitici fino ad oggi
indisponibili.
Per quanto attiene la precocità delle diagnosi, è stato possibile
identificare un numero significativo di pazienti asintomatici con patologie in
progresso, alcuni dei quali hanno oggi già raggiunto la manifestazione clinica
della patologia.
Il limite massimo di precocità della diagnosi rispetto ai segni
clinici può raggiungere anche i sette - dieci anni, in quanto il pattern
biochimico espresso è già presente con un simile anticipo, seppure a livelli
evidentemente minimi, ma la estrema sensibilità della metodica ideata, permette
comunque l’individuazione delle molecole interessate.
Gli ultimi anni della
ricerca in medicina hanno messo in evidenza lo stretto rapporto fra emozioni,
traumi e stress con la maggior parte delle patologie che l’essere umano
sperimenta nella sua vita.
La neuroscienziata statunitense Candace B. Pert, ex
NIH, nel suo affascinante “Molecole di emozioni” (Corbaccio ed.), ha dimostrato
lo stretto rapporto fra le emozioni dell’individuo e le ricadute
patologiche a livello somatico.
Sul piano funzionale il sistema nervoso, quello
endocrino ed immunitario sono integrati in una vera e propria rete
psico-immuno-endocrina studiata dalla PNEI (psico-neuro-endocrino-immunologia),
rete che trasmette informazioni a tutti i livelli gerarchici a sistemi, organi e
cellule.
Il termine psiconeuro-endocrinoimmunologia è stato coniato nel 1975 dal
Robert Ader, direttore di una divisione medica all’Università di Rochester a New
York, primo a dimostrare i rapporti di condizionamento del sistema immunitario
tramite una metodica associativa convenzionale.
Le stesse conclusioni sono state
raggiunte da diversi altri ricerca-tori, fra i quali il professore tedesco R. G.
Hamer (Testamento per una nuova medicina), studioso delle correlazioni fra
traumi psichici improvvisi vissuti in ben definite condizioni e sviluppo di
tumori ad essi strettamente correlati.
Oggi diversi ricercatori e docenti
italiani e stranieri sostengono l’argomento con ulteriori lavori sperimentali
che evidenziano sempre più la stretta connessione fra sistema immunitario,
endocrino e psiche e come una adeguata rimozione dei traumi sia in grado di
rafforzare lo stato di salute.
Tutto questo dunque è noto, ma chi lo applica in medicina? E
come?
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