Le malattie neurodegenerative
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Le malattie neurodegenerative
Le malattie neurodegenerative rappresentano un onere notevole per la Sanità Pubblica:
hanno un decorso strisciante ed inesorabilmente progressivo che viene portato alla
luce quando il danno al paziente è già in fase avanzata, precludendo nella quasi
totalità dei casi la possibilità di una terapia efficace, che non sia solamente
sintomatica. Per risolvere il problema, si tratta di
effettuare prevenzione sugli
adulti di 50 anni ed oltre, con una diagnosi precoce, per tamponare il processo
neurodegenerativo nella sua fase iniziale, quando è ancora controllabile.
Allo stato
attuale delle conoscenze, nelle malattie neurodegenerative di tipo sporadico, l’origine
prima della patologia è spesso sconosciuta, ma l’analisi della letteratura scientifica
pertinente evidenzia uno stretto legame con lo stress ossidativo e nitrosilante,
la glicosilazione, i meccanismi infiammatori e le conseguenze del perdurare nel
tempo di alti livelli di neurotrasmettitori eccitatori, che vengono visti fra i
maggiori fattori di intermediazione al rischio. Le terapie attualmente in uso sono
essenzialmente sintomatiche, con efficacia variabile in funzione della patologia
e dello stato del singolo paziente.
Nella Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA - ALS - Amyotrophic Lateral Sclerosis), ma
anche nella maggioranza
delle altre malattie neurodegenerative : morbo di Alzheimer (AD - Alzheimer Disease), morbo
di Parkinson (PD - Parkinson Disease), corea di Huntington
(HD - Huntington Disease), etc..., al momento della diagnosi definitiva, la
letteratura riporta che
il paziente ha già perduto fino al 70% dei motoneuroni o neuroni, minimizzando
la possibilità di intervenire in modo efficace sul processo degenerativo già in
atto da tempo[1].
Nella letteratura medica degli ultimi anni,
diversi autori auspicano maggiore attenzione alla diagnosi precoce ed alla
profilassi, quale unica via praticabile nel contrastare le malattie
neurodegenerative. Michael Swash [2] definisce “un’esigenza imperativa” la diagnosi
precoce nell’ALS. J. Karitzky[3], parlando della sclerosi laterale amiotrofica
(SLA - ALS - Amyotrophic Lateral Sclerosis) e della corea di Huntington (HD - Huntington Disease), dichiara che entrambe le patologie in
fase pre-clinica, possono essere drammaticamente influenzate dagli interventi
terapeutici. Mark Mehler[4] ritiene che la capacità di identificare uno stato di
vulnerabilità neuronale in individui pre-sintomatici, quindi prima del danno
cellulare irreversibile, possa alimentare lo sviluppo di interventi terapeutici
preventivi di varia natura. Andrew Eisen e Charles Krieger[5] nel loro libro
Amyotrophic Lateral Sclerosis, dichiarano che sarebbe ideale poter applicare una
terapia all’ALS durante il periodo pre-sintomatico, prima che intervenga la
morte neuronale.
Per quanto concerne la terapia della malattia di Alzheimer (AD - Alzheimer Disease),
molto diffusa negli anziani, Catherine Rottkamp[6]
sollecita un uso profilattico di sostanze terapeutiche nella popolazione anziana,
tenendo conto della natura non-rigenerante del SNC e di una diagnosi che oggi avviene
solamente nello stadio finale della patologia.
Michael Swash nello stesso documento
citato, dichiara che l’esigenza di una diagnosi precoce nell’ALS rispecchia quella
della diagnosi precoce nel cancro. Tanto più è precoce, tanto maggiori saranno i
vantaggi in termini di sopravvivenza, qualità della vita, minor peso sociale e assistenziale
per la famiglia.
Paulsen JS[7] afferma
che la perdita di neuroni precede l’espressione fenotipica dell’Huntington.
Tests di tipo neuropsicologico mostrano sintomi di malattia due anni in anticipo
rispetto ai segni motori caratteristici.
Innumerevoli esperimenti su animali dimostrano
che le stesse molecole che svolgono azione terapeutica, se somministrate all’inizio
del processo patologico, sono del tutto inefficaci quando il processo predetto è
in una fase più avanzata. Trasponendo il problema sull'uomo, la migliore dimostrazione
di quanto finora affermato, è data dal pressoché totale fallimento delle numerose
terapie sperimentate per la sclerosi laterale amiotrofica ed altre malattie neurodegenerative
diagnosticate secondo i protocolli attuali: in queste
patologie, molecole potenzialmente
efficaci, seppure impiegate nella fase immediatamente post-diagnosi, non danno nella
pratica clinica alcun vantaggio. Per l’ALS nei quasi 140 anni trascorsi dalla sua
scoperta, non vi sono stati sostanziali progressi terapeutici.
Per ottenere una
efficace terapia di questa tipologia di malattie, la problematica si sposta dunque
sulla messa a punto di una metodica che consenta una diagnosi precoce affidabile,
alla quale far seguire, ove necessario, una adeguata terapia farmacologica, tanto
più potenzialmente efficace quanto più in fase iniziale è il processo e la sua diagnosi,
quando, in altri termini, il meccanismo di distruzione neuronale è ancora all’inizio.
A completamento di quanto detto, si deve notare che il processo degenerativo avviato
da una qualsiasi causa al tempo t0, si dirama progressivamente in una serie di sotto-processi,
molti dei quali auto-sostenenti e divergenti[8], in grado di sostenere la patologia anche in assenza di alcuni dei rami collaterali.
Di qui la necessità di poter controllare l’evoluzione di ciascun “ramo” della malattia,
mediante markers adeguati a controllarne sia la presenza, sia l’evoluzione.
Fino
a quando non sarà stato possibile intervenire sulla causa prima della patologia,
sarà necessario contrastare i diversi rami autonomi o semi-autonomi della malattia
con adeguati farmaci per rallentarne al massimo l’evoluzione complessiva. Uno strumento
in grado di identificare e valutare i principali metabolici e cataboliti del processo,
è dunque la soluzione ottimale per poterlo controllare efficacemente.
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